MUSEO MUNICIPALE “JOSE HERNÁNDEZ” – (seconda parte)

30 maggio 2014

Sul numero precedente de “La Prima Voce”, abbiamo iniziato a parlare del Museo Hernández che si trova alla “Laguna de los Padres”.  Oggi vogliamo continuare, dopo aver visitato il Museo per offrirvi  uno sguardo diverso,  sia della storia,  che di quello che si sente dopo esservi  stati.
La prima cosa che colpì -scendendo l´autobus che portava all´entrata del Museo- è stato il respiro di un´aria fresca, pulita, amichevole: tutto un vero contrasto con l´aria di città. Il verde ovunque, gli alberi  che segnavano il sentiero verso l´entrata del museo, l´ultima e ampia dimora della costruzione di quello che fu un villaggio di indiani convertiti al cristianesimo e che, nel 1999 incominciò a far parte del Vescovado locale(“Reducción delPilar”).  L´accoglienza: prima,  della guardia di sicurezza, poi –e più avanti- di una gatta incredibilmente socievole ed esageratamente affettuosa come un altro suo  compagno che stava rannicchiato su una sedia, al calduccio della segreteria. 
Poi  vennero le presentazioni :  la Sig.ra Andrea Basualdo, caporeparto del Museo, ci ricevette con la cordialità che non sempre la si incontra nelle città. Perché? Perché  al “campo”  si  apprende un sapore di cose antiche, di ricordi di un passato innocente... Ed è bello guardare il cielo (quando la giornata è soleggiata e limpida o meno); quel  bel cielo di un celeste generoso e calmo, che fa volare il pensiero perdendosi nel nulla. 
Ci racconta la Sig.ra Basualdo che il Museo dipende dalla Segreteria di Cultura, e la sede di questa Segretaria  sta nella Villa Vittoria ( Il Segretario è il Sig. Leandro Laserna). A quel tempo (anno 1997) lei lavorava alla Villa ed era a carico del Servizio Educativo: si dedicava a far visite alle scuole e lí, vi rimase fino l´anno 2004. Dopo venne inviata alla Segreteria di Cultura, all´ufficio programmazione artistica e nel 2008 ritornò al Museo.
La Sig. Basualdo ci fece poi accompagnare per vedere tutte le cose che erano esposte dal di dentro del Museo:  ceramiche fatte dagli indigeni (tutte lavorate a mano e “cotte” a cielo aperto,  lance, pezzi di punta di lance appuntite,  pezzi archeologici importanti, l´abbigliamento sia degli indigeni come dei “gauchos” , i diversi tipi di “boleadoras” ( una con una sola pietra, l´altra con due e una terza con tre, e tutte e tre, messe assieme con  corde utilizzando del cuoio. Poi ancora la cucina: remoti  retaggi  di utensili  come la cucina economica in ferro, pentoloni (anch´essi , pesanti  e  in ferro) in cui profumavano le più tradizionali pietanze;  brocche  in metallo per la cioccolata che usavano prendere i signori al tempo  delle feste patriottiche, il sistema di riscaldamento: tutto un insieme di cose genuine al tempo del XIXmo. secolo.  E magari uno sente certa nostalgia, non delle comodità dei nostri giorni, bensí  di quel candore in famiglia e di un ordine più o meno  stabile... Sarà vero che ogni tempo passato fu migliore? È una domanda che rimarrà senza risposta.
Ed ora ritorniamo alla sua fondazione. Il nostro muto intervistatore, il Museo,  pur avendo una vita diversa da quella degli esseri  umani, il solo suo corpo (la sua struttura) è stato fondato l´11 marzo del 1960 dall´Associazione Museo Tradizionalista “José Jernández”  dall´Associazione Museo Tradizionalista Argentino José Hernández , al fine di sviluppare un lavoro culturale orientato al sostentamento delle tradizioni argentine, particolarmente quelle della provincia di buenos Aires. 
Al giorno d´oggi dipende dal Municipio di “General Pueyrredón” . Il suo principale obiettivo è quello di render conto della sua storia rurale e della nostra regione, a partire da quegli oggetti e documenti  che sono stati valutati grazie alle ricerche e alle investigazioni,  ed  al rilevamento di testimoni  verbali appartenenti agli uomini e donne che hanno svolto il loro lavoro nell´ambiente rurale, cosí com´anche da parte delle famiglie proprietarie di quelle tenute agricole della zona. 
Come giá lo si è riferito,l´edificio del Museo  appartiene al ”casco”/dimora dell´antica tenuta agricola “Laguna de los Padres”, costruito verso il 1882.
E adesso parliamo della sua storia alla “Laguna de los Padres”
La storia indigena pampeana ( o della “Pampa” ) ha inizio 11.000 anni fa (più o meno) con l´arrivo dei primi europei al “Río de la Plata”. Le società indigeni cominciaro a mettere in atto una  profonda  trasformazione  sia nella loro economia, sia nelle loro idee.  Indigeni ed europei  non ebbero un buon rapporto; anzi erano in conflitto dato che l´interesse dei primi arrivati a queste terre, fu quello di dominare la popolazione ed il territorio degli indigeni.
Al  XVImo.  secolo, i “mapuches” o gli “araucanos” del Cile cominciano a installarsi nel territorio argentino. A poco a poco vi rimasero e, la loro lingua : il “mapuche”,  si generalizzò tra le tribù; cosí accadde con i loro costumi come l´argenteria, il tessuto e lo stile decorativo della ceramica. 
A metà del secolo XVIII, arrivarono a questa regione  i monaci  della “Compañia de Jesús”  con il fermo obiettivo di installare una Missione.  Al sud del fiume Colorado, i gesuiti tentarono di stabilire tre missioni; ciononostante, il soggiorno dei sacerdoti  in regione fu breve.  
Verso il 1746 il missionario spagnolo José Cardiel e l´inglese Tomás Falkner, fondarono la missione “Nuestra Señora del Pilar de Puelches”.  Poco più tardi fu il momento di un´altra dal nome “Nuestra Señora de los Desamparados”.
Durante il breve soggiorno dei “toldos” indigeni (tende) sul posto, i gesuiti  si davano alle loro pratiche religiose batezzando i bimbi e celebrando la messa in lingua spagnola.
Il caccicco Cangapol, dagli spagnoli nominato “Il Bravo”, attaccò e distrusse la missione “Nuestra Señora de los Desamparados” nel febbraio 1751. Poco dopo, le minacce del potente indigena obbligarono  gli abitatori ad abbandonare il Pilar.
Ci vollero decine d´anni del secolo XIX , affinché i successivi  governi provinciali e nazionali riuscissero a spostare le popolazioni indigeni da questi territori.
Gli iindigeni dovettero rimuovere le loro “tolderías” ( gruppi di tende) verso terre dell´ovest. Ogni modo, non rimasero in attesa di perdere i loro territori:  ci furono  azioni militari dei lancieri indigeni confrontati all´esercito, invasioni, saccheggi, attacchi degli indiani, incendi, distruzione delle popolazioni di frontiera... (Luciano Fantini - La Prima Voce)