ANTONIO MEUCCI: UN "INSOLITO" IGNOTO UOMO DI SCENZA

26 giugno 2015

Molti si chiederanno chi è stato questo personaggio che -forse da molti- è poco noto nella storia degli innventori italiani.
Antonio Meucci –il grande scienziato italiano- è nato a San Frediano, il quartiere popolare della città di Firenze, il 13 aprile 1808. La sua è stata una famiglia povera dato che non potè completare gli studi presso l´Accademia di Belle Arti e quindi, dovette lavorare molto giovane. Svolse varie professioni: da quella di impiegato doganiere a quella di meccanico di teatro. Nell´ambiente teatrale incontra Ester Mochi –sarta- che diventò poi sua moglie.
Antonio si appassionò fin da giovane all´elettricità fisiologica e animale. Seguì anche la politica: venne coinvolto nei motti rivoluzionari del 1831 e, a causa delle sue convinzioni politiche per le sue idee liberali e repubblicane, è stato costretto a lasciare il granducato di Toscana. Dopo lunghe peregrinazioni nello Stato Pontificio e nel Regno delle Due Sicilie, Meucci emigrò a Cuba dove continuò a lavorare come meccanico teatrale. Nel 1850 si traferì negli Stati Uniti, stabilendosi nella città di New York.
A New York, Meucci aprì una fabbrica di candele. E proprio in questa città incontrò Giuseppe Garibaldi, il quale lavorò per lui. Tra i due nacque allora, un´importante amicizia per cui, tempo dopo la collaborazione dei due illustri italiani, viene testimoniata ancor oggi dal Museo newyorkcheese: “Garibaldi – Meucci”.
Meucci portava avanti i suoi studi sull´apparecchio telefonico già da tempo, ma è nel 1856 che l´invenzione viene completata con la realizzazione di un primo modello: l´esigenza era quella di mettere in comunicazione il suo ufficio con la camera da letto della moglie, dove era costretta a rimanere causa una grave malattia. Un´annotazione del 1857 di Meucci, descrisse cosí il telefono: “consiste in un diaframma vibrante e in un magnete elettrizzato da un filo a spirale che lo avvolge. Vibrando, il diaframma altera la corrente del magnete. Queste alterazioni di corrente, trasmesse dall´altro capo del filo, imprimono analoghe vibrazioni al diaframma ricevente e riproducono la parola”.
Lo scienziato Meucci aveva le idee chiare; tuttavia mancavano i mezzi economici per sostenere la propria attività. La fabbrica di candele fallisce e Meucci cerca finanziamenti presso facoltose famiglie in Italia, ma non ottenne ciò di cui aveva bisogno. Presto arrivano a mancare i soldi anche per la propria sussintenza: egli, solo può contare sull´aiuto e la solidarietà di altri emigrati italiani conosciuti.
D´altra parte, un incidente su una nave lo costrinse a letto per mesi. La moglie Ester è forzata a vendere tutte le attrezzature telefoniche a un rigattiere per soli 6 dollari.
Ma Meucci non demorse e, nel 1871 decise di richiedere il brevetto per la propria invenzione, che chiamò “teletrofono” . Il problema economico si ripresenta: con i 20 dollari che aveva a disposizione, non potè nemmeno permettersi di pagare l´assistenza dell´avvocato che ne esigeva 250. La strada alternativa fu quella di ottenere una sorta di brevetto provvisorio, il cosiddetto caveat, che andava rinnovato ogni anno al prezzo di 10 dollari. Meucci riuscì a pagare la somma solo fino al 1873.
Nello stesso periodo, con un´ampia documentazione sulle sue ricerche, Meucci si rivolse alla potente American District Telegraph Company di New York, richiedendo la possibilità di utilizzare le linee per i propri esperimenti. La compagnia non colse le potenzialità economiche dello strumento e procurò allo scienziato italiano, una nuova delusione.
Nel 1876 Alexander Graham Bell presentò domanda di brevetto per il suo apparecchio telefonico. Gli anni successivi della vita di Meucci si sospesero in una lunga vertenza per rivendicare la paternità dell´invenzione.
Meucci trovò una sponsorizzazione da parte della Globe Company che intraprese una causa con la Bell Company per infrazione del brevetto.
La causa terminò il 19 luglio con una sentenza che, pur riconoscendo alcuni meriti ad Antonio Meucci, dette ragione a Bell. “Nulla dimostra -recitava la sentenza- che Meucci abbia ottenuto qualche risultato pratico a parte quello di convogliare la parola meccanicamente mediante cavo. Impiegò senza dubbio un conduttore meccanico e suppose che elettrificando l´apparecchio avrebbe ottenuto risultati migliori” . In sintesi la sentenza avrebbe affermato che Meucci inventò il telefono, ma non quello elettrico.
Antonio Meucci morì all´età di 81 anni, il 18 ottobre 1889, poco prima che la Società Globe presentasse ricorso contro la sentenza. La Corte Suprema statunitense decise per l´archiviazione del caso.
Per oltre un secolo (ad eccezione dell´Italia), Bell è stato considerato l´inventore del telefono. Il giorno 11 giugno 2002 il Congresso degli Stati Uniti, ha ufficialmente riconosciuto Antonio Meucci come primo inventore del telefono.
(Forse non tutti sanno che il telefono non è altro che solo una delle invenzioni cui Meucci si dedicò. Un documento venuto alla luce in anni recenti, prova che Meucci scoprì il carico induttivo delle linee telefoniche, trent´anni prima che esso fosse brevettato e adottato nelle reti Bell. Altre prove che dimostrano la condizione di precursore, sono contenute nelle anticipazioni di Meucci in merito al dispositivo antilocale, alla segnalazione di chiamata, alla riduzione dell´effetto pellicolare nei conduttori di linea, e alla silenziosità dell´ambiente e riservatezza).
Come possiamo capire, non sempre c´è del vero su alcuni fatti e personaggi della storia, sia dell´Italia che del nostro mondo. C´è da pensare che sempre ci sono degli altri lati da esplorare e sempre ci saranno domande che or ora non troveranno mai risposta. (Redazione La Prima Voce)